Pinocchio: il classico per bambini… in Emoji

Un esperimento linguistico che prova a cercare una lingua universale tra ricerca empirica e limiti strutturali.

Questo non è un messaggio di una qualche strana conversazione tra adolescenti, ma sono le battute iniziali di uno dei libri italiani più conosciuti al mondo: è l’incipit di “Pinocchio”, tradotto in “Emojiitaliano” da Francesca Chiusaroli, docente di Linguistica generale e applicata e di Linguistica dei media all’Università di Macerata, Johanna Monti, docente di Traduttologia e Traduzione specialistica all’Università di Napoli “L’Orientale”, e dal ricercatore indipendente Federico Sangati.

Si tratta di un esperimento linguistico rivolto a valutare la possibilità di svincolare le Emoji dalla loro funzione di supporto para-linguistico e innalzarle a vera e propria lingua.

Per poter fare questo, o per lo meno per provare a fare questo, non è stato sufficiente “tradurre” arbitrariamente il testo con i pittogrammi ma è stato necessario cercare un codice di decodifica
quanto più possibile condiviso e istintivo. Per questo motivo Chiusaroli ha scritto, per mesi, una frase di Pinocchio in Emoji su Twitter chiedendo proposte di traduzione agli utenti in modo da capire come i parlanti decodificassero la serie di simboli. Il dato interessante è che a due mesi dalla fine dell’esperimento il gruppo di “traduttori” ha iniziato a dare traduzioni univoche.

La discriminante rispetto ad altri esperimenti simili è proprio questa: la volontà di permeare al di sotto del livello lessicale per cercare un codice morfo-sintattico condiviso e autonomamente funzionante. Novelli nell’articolo “Tradurre Pinocchio in emoji”, pubblicato su Treccani.it, lo ha sottolineato scrivendo: “Obiettivo ulteriore rispetto al livello lessicale è, infatti, di costruire un codice condiviso fondato su una struttura morfo-sintattica imposta, artificiale, capace di consentire l’individuazione delle unità minime distintive e delle funzioni degli elementi nella frase e conseguentemente la lettura, non soltanto in italiano”.

Va precisato, a scanso di equivoci, che questo non significa che le Emoji possano essere considerate una lingua, tantomeno universale, in quanto si ha comunque la necessità di formulare un codice di decodifica che non viene appreso in maniera autonoma e automatica.

Per lasciare la parola agli studiosi riportiamo l’opinione di Tavosanis in “L’italiano del web”: “Ci si può
chiedere se [le emoticon] siano abbastanza articolate da rappresentare un linguaggio. La risposta è con ogni evidenza negativa: anche se, come vedremo, sono una classe aperta di simboli, non possiedono alcuna regola combinatoria […]. Ne possono essere create di nuove, ma il loro accostamento non definisce significati ulteriori, se non per accumulo, e ogni emoticon vale solo in quanto tale, non come
elemento di un’articolazione più complessa che produca significati diversi rispetto alla semplice somma delle parti”.

In altre parole quello che manca alle Emoji è la capacità che ha la Lingua di auto generarsi e di avvalersi di segni che trovano il proprio significato al di là di una corrispondenza simbolica diretta.
Ovvero, quel processo per cui, partendo dalla parola “Petalo” e dal suffisso “-oso”, si può creare una parola totalmente nuova come “Petaloso” e aspettarsi che tutti i parlanti (italiani) capiscano sia il significato che la funzione grammaticale.

Paola Agostini (sissi_mum)

Founder, director and editor in chief at SissiWorld

Photographer

https://www.sissiworld.net/aboutme/

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